non sono una botanica nè mi intendo di robe verdi in generale. quindi non aspettatevi del sapere da tutto ciò, ma soltanto una sorta di punto di vista.

venerdì 22 aprile 2011

cynodon dactylon (gramigna)

da piccola quando andavano alle boccede, sia per la strada asfaltata che per i fossi - era un sentiero, del tutto avventuroso per la presenza di alcuni ruscelli da guadare, coraggiosamente - c'erano queste piccole spighe, verdastre, che fiancheggiavano il percorso.
tutto andava bene nel migliore dei mondi possibili, lei dava la mano a qualcuno di grande che la proteggeva. o ancora meglio, era sola con le gambe sporche e un piccolo cane che la seguiva, correvano. il cielo sopra era palesemente finto, un gelato al puffo disseminato di cumuli di panna montata, sempre sempre e sempre. perchè quando pioveva, inevitabilmente, si finiva a giocare al chiuso, causa sorveglianze ineludibili. andava per i sentieri e allungava le mani verso queste spighe le strappava e si divertiva a spogliarle seme per seme, piuma per piuma. ce n'erano di diversi tipi, il che ampliava infinitamente il numero delle possibili attività. in tutte le tonalità di verde, a volte sfumando verso il rosso o il grigio. ce n'erano alcune fiorite di lanugine alle estremità e poteva spogliarle in un colpo solo, le erbe con piccole fronde leggere, impalpabili. se non riusciva, insoddisfazione. quelle con le estremità dure solide, le gramigne propriamente dette, richiedevano un lavorio più attento più lungo, a volte persino si fermava a sgranarne i chicchi uno dopo l'altro uno dopo l'altro. dopo, c'era da denudare completamente lo stelo dalle erbe sovrapposte che lo componevano, sovrapponendosi e nascendo da nodi esattamente come rami di un albero. comunque andasse alla fine rimaneva un filo nudo, un semplice filo d'erba, impossibile spogliarlo e suddividerlo ulteriormente, in barba a zenone. emanava un profumo sottile e fresco, lei lo annodava alle dita, oppure lo annodava e basta, e fatto ciò rimaneva solo da mangiarlo o buttarlo, meglio buttarlo.
non si sa a cosa pensasse nel frattempo, se davvero pensava a qualcosa.
le star erano le erbe cavalline, verde acido, suono frusciante. frustini che si agitavano in aria fino a fargli perdere tutti gli aghi, lasciando sul cielo scie colorate che chiudendo gli occhi si ripetevano prima di sparire.

intro

sogno di vagare in una grande pianura, deserta. solo qualche albero carico di foglie e fiori rompe la mutevole monotonia grigiazzurra dell'orizzonte.
da lontano si sentono uccelli cantare, ma non se ne vedono. stradine sterrate, canali, dividono in rettangoli la piana. nessuno intorno per miglia e miglia, fisso e immobile al suo posto il sole guarda giù. e io lì, che cammino, senza una meta, senza fermarmi, in eterno. sola.